UNA NUOVA BIBLIOTECA D’ALESSANDRIA?

Se iniziassi questo articolo riproponendo, senza darne ragione, alcuni celebri documenti audiovisivi d’epoca, come ad esempio:

  • l’audizione di Le Pont Mirabeau, recitata dalla viva voce di Guillaume Apollinaire;
  • la visione di una fotografia di Nadar;
  • l’ancor più noto filmato intitolato L’arrivo del treno alla stazione di La Ciotat,
  • la visione di un altro filmato scaricato del Giornale Luce girato (dicono) nel 01/09/1943 nel porto di Taranto  con il titolo “Tornano le bianche navi dall’Africa Orientale“;

se li riproponessi tout court mediante un computer, il lettore forse non potrebbe intendere il senso e la suggestione che mi propongo di trasmettere con questo scritto.

Il recupero di quei documenti dalla rete non comporta alcunché di inedito tuttavia riproponendoli voglio condurre il lettore a riflettere sulla sostanza della trasformazione intrinseca subita da quei documenti quando, dai loro supporti analogici, sono stati resi in digitale. Allo stato nativo erano fruibili, sia visivamente su carta, sia attraverso macchine specifiche atte a riprodurre la pellicola o un nastro magnetico analogico o altro. Ciò equivale a dire che allo stato nativo erano prigionieri del loro supporto. I processi di digitalizzazione li hanno invece resi manipolabili, memorizzatili e trasmissibili sino a renderli disponibili comunque e dovunque in rete con strumenti idonei al loro accesso. Tuttavia essi sono anche reversibili rispetto al supporto analogico di transizione.

Collezione, raccolta, custodia nelle teche

Tutto ciò mi porta a sottolineare la diversità dei sistemi di collezione, raccolta e custodia dei documenti e la diversità della loro conservazione nelle teche; ma non è questo che qui mi interessa precipuamente di approfondire. Lascio che lo faccia il lettore, se lo crede.

Mi soffermo invece sui processi di trasformazione che quei documenti hanno subito. Eccoli in sintesi:

  • Primo documento. Era il 24 dicembre del 1913, quando Ferdinand Brunot, un tecnico della Pathé, lavorando sugli studi dell’abate Rousselot, padre della fonetica sperimentale, creò alla Sorbona, con l’aiuto di Émile Pathé, un vero e proprio studio di registrazione (diremmo oggi), chiamandolo “Les Archives de la Parole”. Era la prima pietra dell’istituto di fonetica dell’Università di Parigi, embrione della fonoteca nazionale. Quello stesso mattino Brunot e un gruppetto di scrittori: Paul Fort, André Salmon e il citato Guillaume Apollinaire, si adoprarono per tentare una prima incisione in voce su un tamburo di cera che ruotava in un’apposita macchina. Apollinaire recitò tre sue poesie: Le Voyageur, Marie e Le Pont Mirabeau. André Salmon testimoniò in seguito che Apollinaire, udendo per la prima volta la propria voce, se ne mostrò stupito provando difficoltà a riconoscersi, ma Il prodigio era comunque compiuto. Quell’incisione sul tamburo di cera, trasferita poi su supporti analogici diversi, è stata oggi digitalizzata ed è fruibile ovunque in rete. Anche da questo articolo.
  • Secondo documento. La ricostruzione è certamente meno eclatante. Ritrae Nadar, pseudonimo di Garpard Félix Tournachon, considerato uno dei padri della fotografia. La foto in questione è stata presa, come altre simili a ‘partire dal 1865 nello studio di Nadar dove era appeso il cestello di una mongolfiera. Non ci interessa tanto se costituisca il falso di un’ascensione in pallone quanto il processo che ha subito quella lastra fotografica poi divenuta una pellicola e quindi un cliché idoneo alla stampa tipografica nell’esemplare di un libro conservato in una celebre biblioteca americana. Ora quella foto è qui recuperata attraverso la rete Internet ed riprodotta nell’articolo;
  • Terzo documento. Riguarda uno spezzone di pellicola che concerne L’arrivo del treno alla stazione di La Ciotat. È stato prodotto dei fratelli Auguste e Louis Lumière ed è considerato universalmente la prima testimonianza di una ripresa cinematografica in diretta. È una sequenza di immagini distinte impresse su pellicola quindi stampate con un processo fotografico che i fratelli Lumière chiamavano cinématographe. Di lì è iniziato il viaggio digitale e la riproduzione qui riportata.
  • Quarto documento. Riguarda uno spezzone di filmato tratto dalla Settimana Incom datato Primo settembre 1943 (ma questo è un falso infatti quelle navi arrivarono il 12 agosto e la pizza misteriosamente è datata 1 settembre). Ciò poco conta è il titolo del documento su YouTube “”;Per il resto vale quanto ho detto per i processi subiti dagli altri documenti.

 

Migliaia di esempi.

Potrebbero essere migliaia gli esempi simili a quelli prodotti. Emblematicamente ne ho scelti quattro. Oggi quei documenti sono disponibili in teche multimediali nelle quali trovano il loro unicum nel fatto di essere espressi con sequenze di 0 e di 1, ma anche in teche analogiche tradizionali.

Ecco quindi che con riferimento alle teche digitali è lecito affermare il paradosso espresso nel titolo: “è possibile prevedere una nuova Biblioteca d’Alessandria?”

Forse sì, a meno che l’enorme potenziale di cui oggi disponiamo, non trovi un limite in quello che potrebbe sembrare un semplice dettaglio, ma non lo è: ossia, proprio nei sistemi o motori di ricerca che consentono il reperimento delle informazioni che descrivono i documenti.

Il dubbio è giustificato soprattutto, se si considera che il sistema di riutilizzo delle risorse hardware è condizionato da questi fattori: 1. Dai descrittori dei documenti che sono testuali; 2. Dallo sviluppo dei motori inferenziali che operano su algoritmi che simulano comportamenti logico deduttivi di “forward chaining”, o  “backward chaining”, quando sono induttivi; 3. Dalla scarsa efficacia del ritrovamento attraverso la ricerca per immagini. Inoltre il sistema è inficiato dall’accesso tuttora basato sul sistema del nostro computer utente e della macchina che lo serve; e così pure di quelle collegate. Per non dire della disposizione consequenziale dell’informazione, destinata ad accrescere di continuo il “rumore” e la ridondanza, che sempre di più accompagnano le informazioni reperite.

La soluzione, non volendo cedere al pessimismo, sta nella ricerca di una nuova “filosofia” della memorizzazione, dell’accesso e della fruizione delle informazioni, che consenta un modello “ibrido” di accesso e di sfruttamento delle risorse offerte dai computer, dalle reti, da Internet. Come dire che superi la nozione del computer “cliente” dell’informazione, e corrispettivo computer “servente”.

Fortunatamente si profilano nuove funzionalità, residenti nei server web, piuttosto che nei singoli computer connessi in rete. Tutto ciò può trovare soluzione nel cloud computing; per effetto del quale i server web sono collocati nelle nuvole, clouds per l’appunto.

Non è che l’inizio di una nuova era che lascia intravvedere processi e ipotesi che portano a generare altri documenti.

 

Manipolazione di documenti

Ho appena accennato alla manipolazione di documenti. Forse sarebbe più corretto palare di trasformazione di documenti o di generazione di nuovi documenti. A riprova, vorrei dare un esempio mostrando come un documento possa essere utilizzato per generare un altro documento figlio che incorpora, per così dire, i geni del documento padre.

Parto dal “Quarto documento” citato che riguarda le riprese di Taranto del 12 agosto 1943.Il documento riguarda il ritorno di due Navi Bianche: la Vulcania e la Saturnia giunte a Taranto dall’Eritrea dopo un viaggio di 45 giorni. Quelle navi avevano compiuto il periplo dell’Africa con il loro carico di profughi.

Avevo allora quattro anni e con mia madre eravamo su quelle navi con circa quattromila profughi.  Precisamente eravamo imbarcati su la Vulcania.

È stato così che visionando il filmato dell’arrivo a Taranto è stato possibile creare un collegamento tra quella vicenda con la mia vicenda personale.

Infatti tra i pochi profughi ripresi allo sbarco sulla banchina di Taranto mi sono riconosciuto con mia madre.

Taranto Sbarco

Ho scomposto il filmato fotogramma per fotogramma. Ho confrontato la mia immagine con fotografie prese in Eritrea e poi a Ferrara. Non ci sono dubbi. Siamo noi!

Ho ripreso una mia storia in un libro che è in prima stesura. Si intitola Quadri Apocrifi. È descritta alle pagine prima e dopo la 144. Per chi volesse leggerlo in edizione provvisoria.

Egidio Pentiraro