On & Off intervistano il Cloud Computing

On&Off cloud

On & Off intervistano il Cloud Computing

di Egidio Pentiraro

On: «Da tempo mi pungeva vaghezza di invitare “Il Cluod Computing” per un’interista.».

Off: «Naturalmente lei si esprime in modo scherzoso per dire che le sembra opportuno capire quale realtà si nasconda nel “Cluod Computing” e precisamente nei processi di memorizzazione o Cluod storage che sono un’opportunità e non una moda.».

On: «Certo “Il Cluod Computing” è un personaggio virtuale relativamente nuovo che ha avuto negli ultimi tempi uno sviluppo enorme nella tecnologia dell’informazione. Soprattutto è importante che lo conoscano non solamente le grandi organizzazioni ma anche tutti coloro che utilizzano gli strumenti dell’informatica personale di ogni tipo: dal laptop computer allo Smartphone. Gli utenti spesso si aggiornano sugli strumenti con i quali operano ma non si curano delle novità che avvengono all’esterno del mondo delle innovazioni del loro settore.».

Off: «Vuol dire che fanno come gli struzzi che, secondo la credenza comune, nascondono la testa sotto la sabbia e non prendono coscienza degli aspetti positivi delle situazioni che li circondano?».

Off: «Tuttavia è così! Per presentare il “Cluod Computing” incomincerei come sempre dalla sua storia.  Vorrei iniziare citando Joseph Carl Robnett Licklider, uno dei padri dell’informatica, che sin dai tempi di Arpanet concepì il paradigma dell’archiviazione, elaborazione e trasmissione dei dati informatici appunto in quella rete.».

Off: «Che manie! Quelle erano applicazioni e propositi che circolavano tra gli iniziati. Solamente con l’avvento di Internet, quindi in tempi a noi più vicini, è stato messo a punto un paradigma informatico, cioè un modello di riferimento fondamentale, che consente, su richiesta degli utenti del sistema (on demand quindi) di conservare le proprie strutture di dati in server virtuali  per riottenerli all’occorrenza e sempre su richiesta, in tutto o in parte. Queste procedure sono attive e configurabili mediante  la rete stessa in server dedicati di terze parti e di grandi dimensioni. In tal modo gli spazi di memorizzazione si compongono e ricompongono come le nuvole mediante applicazioni di software e risorse informatiche. Ecco quindi la metafora che ne rappresenta il nome».

On: «Bravo signor Off, vedo che si è documentato. L’argomento è complesso, difficile, la sua struttura è pervasiva. Tanto che è esplosa in tutti i paesi dove tutti i grandi operatori vi si sono gettati sviluppando applicazioni cloud tanto da affermare che nessuno può permettersi di ignorare questa nuova realtà informatica.».

Off: «Sì ho studiato ma ci ho capito poco. Da quando mondo e mondo esistono l’ archiviazione, l’elaborazione e la trasmissione dei dati informatici con i computer di ogni tipo e foggia, compresi gli Smartphone e i Tablet, ecc. Anche nei sistemi Client/Server forniti dagli Internet provider. Dove sta allora la novità?».

On: «Perché non fare entrare il nostro personaggio virtuale e chiedergli come stanno le cose?».

Cloud:)  :«Eccomi! Mi presento solitamente come una nuvola: cloud si dice in inglese ma in questa intervista sono mascherato da emoticon in grado di trasmettere più il senso del fenomeno che la descrizione della sua meccanica. In merito all’osservazione del Signor Off devo ribadire che l’utente di un sistema collegato in internet può oggi trasferire su un Cloud gran parte dei dati della sua struttura ICT (che vuol dire Tecnologie dell’ informazione e della Comunicazione, ossia l’uso di una tecnologia specifica per la gestione e il trattamento dell’informazione).».

Off: «Dice un prospero! Che cosa significa? Come si fa? ».

On: «Vuol dire che un utente può pure continuare a elaborare, memorizzare, utilizzare i suoi dati sul suo sistema elettronico, cioè sull’apparato di cui è dotato, anche sul sistema Client/Server che eventualmente un provider gli ha fornito. Invece nel Cloud computing entrano in gioco enormi server che possono interagire tra loro eventualmente scambiandosi spazi di memorizzazione, se necessario. Ormai esistono diversi sistemi di questo tipo. Sono a disposizione di organizzazioni complesse – grandi, medie e piccole – a pagamento ma anche ad uso di piccoli utenti come i privati che possono fruire di piccoli spazi gratuiti oppure a bassissimo costo. Grandi e piccoli utenti possono quindi accedere oggi a qualcosa di nuovo.».

Off: «Può farci qualche nome?».

Cloud:)  :«Ne ho scelti alcuni. Ad esempio:

Sistemi cloudSono nell’ordine Open Drive; Dropbox; Google Dirive; iCloud, ma ne sono stati sviluppati tanti altri come ad esempio nel nostro Paese TI CLOUD di Telecom Italia Per ognuno occorre creare un account, con username e password. Tutti naturalmente sono accessibili online. L’aggiornamento avviene grazie a un software inserito nel loro interno che si chiama “local agent”, per cui basta mettere in una cartella del proprio sistema i documenti di cui si vuole fare una copia online e spedirla nel Cloud. Il salvataggio dei dati avviene in automatico. Dopo i dati si possono ulteriormente aggiornare e correggere. Un’avvertenza per chi vuole scegliere un sistema di Cloud Computing: si deve porre attenzione al sistema operativo del proprio dispositivo di collegamento. Infatti alcuni dei Cloud sopra citati consento facilità d’uso rispetto a Windows, Linux, Apple OS, Android, iOS standard, ecc.».

On: «Occorre però precisare che il cloud non elimina il lavoro che si compie solitamente sul disco del proprio sistema e inoltre che esistono diversi tipi di servizi di Cloud a seconda che la modifica dei documenti avvenga direttamente oppure online. Insomma bisogna porre attenzione alle possibilità di editing che offrono i vari sistemi; cioè: di visione delle versioni; dello sharing che dà la possibilità di condividere i documenti con altri utenti consentendo, tra l’altro, il lavoro di gruppo, ecc.».

Off: «Non per saltare di palo in frasca ma forse comincio a capire. Ad esempio ciò forse è quello che accade con i servizi di posta elettronica. L’utente gestisce la propria corrispondenza sui propri dispositivi inviando mail con allegati anche di grandi dimensioni e vi accede quando e dove vuole, anche con risorse non proprie e in qualsiasi parte del mondo. La sua posta elettronica e la sua memorizzazione, ad esempio quella Gmail, è stoccata chissà dove.».

On: «Inoltre l’utente può anche gestire con i propri programmi, o con quelli del Cloud: contatti, calendari, foto, musica, libri, film, TV interattiva, applicazioni e altro e accedervi da tutti i suoi dispositivi e ovunque.».

Cloud:)  :«È proprio così come avete detto voi. In particolare lei, signor Off, richiamando l’esempio della posta elettronica ha prodotto un buon esempio. Evidentemente il sistema deve essere protetto dalle intrusioni di chicchessia, deve essere sicuro e affidabile. Ma di questo dirò in seguito…. Per capire guardi la figura che mi rappresenta qui.  Significa che sotto di me c’è una rete Internet con un insieme di dispositivi.

uomo cloud

Per cortesia di: http://www.sevacall.com/

Permettetemi di ricordare che attraverso di me (Cloud Computing è l’acronimo più usato nel mondo ma anche infomatique en nuage o nuagique nei paesi francofoni; di lingua russa облачные вычисления,ecc.) si accede allo sviluppo di un’infrastruttura in cui la potenza di calcolo e lo stoccaggio del calcolo sono gestiti (lo ripeto ad abundantiam) da server remoti a cui gli utenti si connettono tramite una connessione Internet sicura. Il computer desktop o portatile, telefono cellulare, Smartphone e altri oggetti connessi diventano i punti di accesso per eseguire le applicazioni e i dati che sono ospitati su capacissimi server. Il Cloud si caratterizza anche per la sua flessibilità consentendo ai fornitori dei grandi server di regolare automaticamente, sia la scelta della capacità di memorizzazione, sia di tener conto di varie altre esigenze degli utenti.»

Off: «mi permetta un paradosso che mi consente di capire: il Cloud Commputing utilizza le risorse di elaborazione come avviene per l’elettricità alla quale si ricorre secondo la necessità, piuttosto che disporre di un generatore di corrente elettrica che si mantiene in casa e che resta sempre acceso.».

Cloud:)  : «Si è così. Il Cloud Computing si attua in particolare attraverso i servizi di archiviazione e la condivisione di dati digitali come avviene nei sistemi sopra ricordati dove gli utenti possono memorizzare contenuti personali (foto, immagini, video, musica, e film in streaming, documenti elaborati con tutte le suite di office automation, ecc.). Questi sistemi hanno un software specifico che presidia alla memorizzazione e agli aggiornamenti. Si chiama “Local Agent”. Basta mettere in una cartella del proprio computer i documenti di cui si vuole avere la copia nel Cloud. Porla on line e da quel momento il salvataggio dei dati avviene automaticamente.».

On: «Quindi alcune grandi compagnie che offrono il Cloud Computing gestiscono solitamente data center di notevolissime dimensioni. Gli utenti affittano capacità di memorizzazione e la usano per le proprie necessità. Gli operatori dei data center permettono la fruizione di risorse in accordo con le richieste dei cliente (a seconda dei diversi Cloud) e le pubblicano comportandosi come server virtuali che i clienti possono gestire in autonomia, per quanto loro consentito da norme e regole d’uso. Fisicamente le risorse possono essere distribuite un po’ qua un po’ là su più server in maniera che non è trasparente per l’utente.».

Off: «Ci parli ora della sicurezza dei dati. I nostri computer sono insidiati continuamente da spyware e malware. A malapena ci difendiamo con antivirus sempre più potenti e con firewall invalicabili. Ci siamo quasi abituati a che la nostra posta elettronica sia monitorata da chissà quali grandi organizzazioni… Lei quali garanzie offre? .».

Cloud:)  :«La prima cosa da porre in rilievo e la sicurezza dei nomi utente e delle password e poi dei servizi di crittografia avanzata che ogni Cloud pone in essere. Anche qui le novità non mancano come ad esempio la Crittografia Omomorfica. Insomma possiamo concludere che con i browser dell’utente è in vario modo protetta la fase critica del va e vieni dei dati dal sistema che utilizza ai data center dei servizi di Cloud.».

On: «Una cosa è certa: il Web dovrà garantire la massima sicurezza agli utenti in previsione del un momento non lontano in cui tutto sarà online a causa dell’ubiquità che Internet assicura al Cloud. Forse ci vorrà ancora molto lavoro ma in attesa di quel momento continueremo a seguire il nostro ospite e lo intervisteremo nuovamente se avrà novità da segnalarci. Per il momento anche a nome del Signor Off lo ringrazio sentitamente per la collaborazione che ci ha prestato oggi.»

Egidio Pentiraro.

Altre interviste di ON & Off in questo Blog e nel volume richiamabile dal cloud cliccando: On-Off-Interviste-virtuali-al-computer

UNA NUOVA BIBLIOTECA D’ALESSANDRIA?

Se iniziassi questo articolo riproponendo, senza darne ragione, alcuni celebri documenti audiovisivi d’epoca, come ad esempio:

  • l’audizione di Le Pont Mirabeau, recitata dalla viva voce di Guillaume Apollinaire;
  • la visione di una fotografia di Nadar;
  • l’ancor più noto filmato intitolato L’arrivo del treno alla stazione di La Ciotat,
  • la visione di un altro filmato scaricato del Giornale Luce girato (dicono) nel 01/09/1943 nel porto di Taranto  con il titolo “Tornano le bianche navi dall’Africa Orientale“;

se li riproponessi tout court mediante un computer, il lettore forse non potrebbe intendere il senso e la suggestione che mi propongo di trasmettere con questo scritto.

Il recupero di quei documenti dalla rete non comporta alcunché di inedito tuttavia riproponendoli voglio condurre il lettore a riflettere sulla sostanza della trasformazione intrinseca subita da quei documenti quando, dai loro supporti analogici, sono stati resi in digitale. Allo stato nativo erano fruibili, sia visivamente su carta, sia attraverso macchine specifiche atte a riprodurre la pellicola o un nastro magnetico analogico o altro. Ciò equivale a dire che allo stato nativo erano prigionieri del loro supporto. I processi di digitalizzazione li hanno invece resi manipolabili, memorizzatili e trasmissibili sino a renderli disponibili comunque e dovunque in rete con strumenti idonei al loro accesso. Tuttavia essi sono anche reversibili rispetto al supporto analogico di transizione.

Collezione, raccolta, custodia nelle teche

Tutto ciò mi porta a sottolineare la diversità dei sistemi di collezione, raccolta e custodia dei documenti e la diversità della loro conservazione nelle teche; ma non è questo che qui mi interessa precipuamente di approfondire. Lascio che lo faccia il lettore, se lo crede.

Mi soffermo invece sui processi di trasformazione che quei documenti hanno subito. Eccoli in sintesi:

  • Primo documento. Era il 24 dicembre del 1913, quando Ferdinand Brunot, un tecnico della Pathé, lavorando sugli studi dell’abate Rousselot, padre della fonetica sperimentale, creò alla Sorbona, con l’aiuto di Émile Pathé, un vero e proprio studio di registrazione (diremmo oggi), chiamandolo “Les Archives de la Parole”. Era la prima pietra dell’istituto di fonetica dell’Università di Parigi, embrione della fonoteca nazionale. Quello stesso mattino Brunot e un gruppetto di scrittori: Paul Fort, André Salmon e il citato Guillaume Apollinaire, si adoprarono per tentare una prima incisione in voce su un tamburo di cera che ruotava in un’apposita macchina. Apollinaire recitò tre sue poesie: Le Voyageur, Marie e Le Pont Mirabeau. André Salmon testimoniò in seguito che Apollinaire, udendo per la prima volta la propria voce, se ne mostrò stupito provando difficoltà a riconoscersi, ma Il prodigio era comunque compiuto. Quell’incisione sul tamburo di cera, trasferita poi su supporti analogici diversi, è stata oggi digitalizzata ed è fruibile ovunque in rete. Anche da questo articolo.
  • Secondo documento. La ricostruzione è certamente meno eclatante. Ritrae Nadar, pseudonimo di Garpard Félix Tournachon, considerato uno dei padri della fotografia. La foto in questione è stata presa, come altre simili a ‘partire dal 1865 nello studio di Nadar dove era appeso il cestello di una mongolfiera. Non ci interessa tanto se costituisca il falso di un’ascensione in pallone quanto il processo che ha subito quella lastra fotografica poi divenuta una pellicola e quindi un cliché idoneo alla stampa tipografica nell’esemplare di un libro conservato in una celebre biblioteca americana. Ora quella foto è qui recuperata attraverso la rete Internet ed riprodotta nell’articolo;
  • Terzo documento. Riguarda uno spezzone di pellicola che concerne L’arrivo del treno alla stazione di La Ciotat. È stato prodotto dei fratelli Auguste e Louis Lumière ed è considerato universalmente la prima testimonianza di una ripresa cinematografica in diretta. È una sequenza di immagini distinte impresse su pellicola quindi stampate con un processo fotografico che i fratelli Lumière chiamavano cinématographe. Di lì è iniziato il viaggio digitale e la riproduzione qui riportata.
  • Quarto documento. Riguarda uno spezzone di filmato tratto dalla Settimana Incom datato Primo settembre 1943 (ma questo è un falso infatti quelle navi arrivarono il 12 agosto e la pizza misteriosamente è datata 1 settembre). Ciò poco conta è il titolo del documento su YouTube “”;Per il resto vale quanto ho detto per i processi subiti dagli altri documenti.

 

Migliaia di esempi.

Potrebbero essere migliaia gli esempi simili a quelli prodotti. Emblematicamente ne ho scelti quattro. Oggi quei documenti sono disponibili in teche multimediali nelle quali trovano il loro unicum nel fatto di essere espressi con sequenze di 0 e di 1, ma anche in teche analogiche tradizionali.

Ecco quindi che con riferimento alle teche digitali è lecito affermare il paradosso espresso nel titolo: “è possibile prevedere una nuova Biblioteca d’Alessandria?”

Forse sì, a meno che l’enorme potenziale di cui oggi disponiamo, non trovi un limite in quello che potrebbe sembrare un semplice dettaglio, ma non lo è: ossia, proprio nei sistemi o motori di ricerca che consentono il reperimento delle informazioni che descrivono i documenti.

Il dubbio è giustificato soprattutto, se si considera che il sistema di riutilizzo delle risorse hardware è condizionato da questi fattori: 1. Dai descrittori dei documenti che sono testuali; 2. Dallo sviluppo dei motori inferenziali che operano su algoritmi che simulano comportamenti logico deduttivi di “forward chaining”, o  “backward chaining”, quando sono induttivi; 3. Dalla scarsa efficacia del ritrovamento attraverso la ricerca per immagini. Inoltre il sistema è inficiato dall’accesso tuttora basato sul sistema del nostro computer utente e della macchina che lo serve; e così pure di quelle collegate. Per non dire della disposizione consequenziale dell’informazione, destinata ad accrescere di continuo il “rumore” e la ridondanza, che sempre di più accompagnano le informazioni reperite.

La soluzione, non volendo cedere al pessimismo, sta nella ricerca di una nuova “filosofia” della memorizzazione, dell’accesso e della fruizione delle informazioni, che consenta un modello “ibrido” di accesso e di sfruttamento delle risorse offerte dai computer, dalle reti, da Internet. Come dire che superi la nozione del computer “cliente” dell’informazione, e corrispettivo computer “servente”.

Fortunatamente si profilano nuove funzionalità, residenti nei server web, piuttosto che nei singoli computer connessi in rete. Tutto ciò può trovare soluzione nel cloud computing; per effetto del quale i server web sono collocati nelle nuvole, clouds per l’appunto.

Non è che l’inizio di una nuova era che lascia intravvedere processi e ipotesi che portano a generare altri documenti.

 

Manipolazione di documenti

Ho appena accennato alla manipolazione di documenti. Forse sarebbe più corretto palare di trasformazione di documenti o di generazione di nuovi documenti. A riprova, vorrei dare un esempio mostrando come un documento possa essere utilizzato per generare un altro documento figlio che incorpora, per così dire, i geni del documento padre.

Parto dal “Quarto documento” citato che riguarda le riprese di Taranto del 12 agosto 1943.Il documento riguarda il ritorno di due Navi Bianche: la Vulcania e la Saturnia giunte a Taranto dall’Eritrea dopo un viaggio di 45 giorni. Quelle navi avevano compiuto il periplo dell’Africa con il loro carico di profughi.

Avevo allora quattro anni e con mia madre eravamo su quelle navi con circa quattromila profughi.  Precisamente eravamo imbarcati su la Vulcania.

È stato così che visionando il filmato dell’arrivo a Taranto è stato possibile creare un collegamento tra quella vicenda con la mia vicenda personale.

Infatti tra i pochi profughi ripresi allo sbarco sulla banchina di Taranto mi sono riconosciuto con mia madre.

Taranto Sbarco

Ho scomposto il filmato fotogramma per fotogramma. Ho confrontato la mia immagine con fotografie prese in Eritrea e poi a Ferrara. Non ci sono dubbi. Siamo noi!

Ho ripreso una mia storia in un libro che è in prima stesura. Si intitola Quadri Apocrifi. È descritta alle pagine prima e dopo la 144. Per chi volesse leggerlo in edizione provvisoria.

Egidio Pentiraro

On & Off Intervistano la Chiocciolina

intervista alla chiocciolina

On & Off

Intervistano la chiocciolina 

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Per chi non lo ricordasse On & Off sono due personaggi virtuali che sono stati oggetto di miei libri e programmi sul WEB . On è sempre acceso e attivo; Off è il suo contrario. A On non sfugge nulla, è logico e deduttivo. Off ha una personalità diversa; è portato a divagare, a prendere sentieri logici laterali; ha molto buonsenso. Entrambi assomigliano a molti di quelli con i quali siamo portati ad identificarci. Nelle interviste compaiono altri personaggi del mondo dell’informatica. Sono variamente noti e connotati ma sono altrettanto virtuali. Egidio Pentiraro

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On. «Egregio signor Off penso che sia il caso di intervistare nuovamente la Signora che domina i messaggi di “Posta Elettronica”: la “Chiocciolina” perché non tutti conoscono a fondo la sua genesi, molti la usano, non tutti propriamente. La si dovrebbe conoscere meglio.».

Off. «Uffa, che barba! Ma se ne sente proprio il bisogno? Me la ricordo quella prima intervista (V, user-941119242.cld.bz)!  Dove ha incontrato questa benedetta chiocciolina? ».

On. «Volevo incontrarla nella posta elettronica, ma non casualmente, anche se è il luogo che frequenta più spesso. Invece l’ho richiamata a video con la tastiera italiana premendo i tasti “Alt Gr” e “ò”, Infatti in questo modo appare il suo logogramma, ossia il grafema:“@” ».

Off. «Non è forse il segno scritto che noi vecchi chiamiamo Chiocciolina e gli inglesi “at” dal latino “ad”, cioè verso…?  Data la sua fortuna nel Web la chiocciolina è stata studiata da molti; persino da Dagospia: (http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/storia-chiocciolina-logogramma-arriva-tardo-medioevo-92718.htm); ma se ne sono occupati anche insigni linguisti.  Alcuni ne hanno descritto la rava e la fava o, per dirla in modo forbito, con dovizia di particolari, …».

On. «In altre lingue prende altri nomi: in Russia “Rana”, in Armenia “Scimmia”, in Grecia “Orecchio”, in Cina “Topolino”, e chi più ne ha più ne metta. Nelle tastiere delle varie lingue continua a non avere un tasto suo. Lo aveva, nelle tastiere delle vecchie telescriventi e in qualche macchina per scrivere dei primordi. ».

Off. «Sì, ma quelli erano altri tempi.».

On. «Il simbolo, con complicate manovre, lo rintracciamo  anche nelle tastiere virtuali dei telefonini, degli Smartphone, dei Tablet, ecc. Viene usato nei programmi di comunicazione come Facebook, Twitter, ecc. che imperversano ovunque. Nella posta elettronica separa due entità. La prima indica il Nome Utente del servizio; ad esempio: tizio, caio, sempronio, poi viene lei (@) e quindi il nome di dominio o DNS ».

@ «Eccomi. Mi avete invitata e eccomi qui.  Non so ancora, o non ho capito bene, se sono considerata al femminile o al maschile.  Mi sono portata una fotografia dove compaio accanto a mio padre. »

Off. «Hum!.».

@ «Non sia irriverente, non si dimentichi che sono un ospite! Guardi, mio padre – Ray Tomlison -, appare orgoglioso e felice come tutti i padri. Io sono quella in alto a sinistra».

Roi

On: «Da allora di strada ne ha fatta grazie ai computer, al Web, alla messaggistica in genere. Prima che lei arrivasse abbiamo ricordato con il Signor Off come ormai esista una letteratura su di lei e sulla nascita della posta elettronica. Abbiamo anche qualche perplessità su certe ricostruzioni. A noi qui interessa veramente conoscere come sono andate le cose aldilà di quella specie di folklore che si è creato attorno a lei.».

 @ «Per quanto ne so tutto nasce con l’esigenza di far comunicare tra loro gli elaboratori elettronici. Questa forse è sempre stata avvertita,  fin dai primordi. Tuttavia devo precisare. Alle origini, l’esigenza della comunicazione era presente e realizzata soprattutto all’interno di una sola macchina verso gli utenti e i programmatori. Anche se qualcuno preconizzava la comunicazione tra macchine, non era un’esigenza veramente sentita in modo imprescindibile. Insomma era una pura aspirazione. Mancava soprattutto per realizzarla  una comunanza di linguaggio e per la realizzazione effettiva un collegamento essenziale: ossia il collegamento in una rete informatica, quale che fosse.».

On: «Già la cosa è cambiata solamente e soprattutto quando le università americane  furono tutte collegate in ARPANET . Ma le ragioni della creazione e dello sviluppo di ARPANET sono un’altra storia e prima o poi bisognerà chiamare qualcuno che ce la racconti. Anzi Signor Off me ne faccia memoria perché potrà essere l’oggetto di una prossima intervista.».

 @ «Già la rete. Mi pare che sia stata realizzata a un certo punto come strumento di difesa in caso di guerra atomica. La chiamarono “Rete” perché era pensata come la metafora di una rete da pesca dove se un nodo veniva distrutto la comunicazione poteva passare ugualmente, da un punto ad un altro e viceversa, attraverso un percorso integro. ».

Off. «Altri tempi mia signora!.».

 @ «Comunque in un dato momento tutte le università americane furono collegate in ARPANET. Ma non c’era ancora la procedura che consentisse di trasmettere e ricevere messaggi in quella rete. Passavano solamente dei file.».

On: «Un passo alla volta. Ci racconti  come andarono le cose con il primo collegamento.».

 @ «Per quanto ne so, le cose cominciarono a procedere dal 1969 quando –  appunto – iniziò a operare ARPANER. Dick Watson propose una forma di email nel 1971; non mi pare sia stata mai attuata. Quel sistema funzionava in computer a ripartizione di tempo (time sharing). Alcune prove e realizzazioni vennero attivate sulla base di esperienze attuate con un programma di  trasferimento di file chiamato CPYNET entro il qual funzionava SNDMSG. Fu così che i “messaggi” potettero essere trasmessi sotto forma di file. Se ne  occupò attivamente mio padre, Ray Tomlison, Non chiedetemi di più.  Se volete indagate!

arpanet

Ricordo che mio padre attivò due computer vicini, li vedete nella foto sopra. Erano sì vicini ma collegati tra loro in ARPANET. Mio padre inviò diversi messaggi di prova dall’uno  all’altro  e viceversa. In particolare il messaggio (per altro insignificante) che riproduco: “QWERTYUIOP”, almeno così mi pare di ricordare, andò a buon fine appunto andando e ritornando tra i computer. Infine per distinguere la posta locale dalla posta di rete scelse di aggiungere un segno. Quel segno fui io: “@”.».

Off. «Non c’era nessuna esigenza che spingesse a perseverare nell’esperimento, cioè per procedere sino a creare un sistema di  “e-mail”. Quel suo lavoro era  quasi un “divertisment” di e tra i programmatori.».

On:« L’esigenza sorse poi con la diffusione delle reti. È fu soprattutto con la creazione di Internet, e partire dagli anni ’80, che il sistema subì il suo sviluppo definitivo. Divenne allora lo strumento fondamentale per l’interscambio della comunicazione attraverso messaggi complessi tra gli utenti più disparati. Fu così che si creò un protocollo per identificare gli indirizzi di posta elettronica e naturalmente fu messo a punto tutto il suo complesso sistema di funzionamento. Oggi lei: “@”, funge da elemento separatore tra il nome del titolare dell’indirizzo (dominio) e il computer o la rete utilizzata (nome DNS). Fu Shiva Avvardurai, uno studente indiano, che poi divenne uno scienziato del MIT, che aggiunse al sistema le “caselle di posta” (“in arrivo”, “inviata”, “cestino” “spam” ” “bozze”, ecc.). Soprattutto oggi si possono ricevere messaggi in differita, senza che sia necessario essere collegati a Internet.».

Off. «I personal computer non disponevano allora di audio e  tanto meno di video, quindi il testo non esprimeva emozioni. Così vennero introdotti gli “emoticon” (le Emotions Icons). Ma questa è un’altra storia. Dovremmo riparlarne.».

On: «Oggi il personal computer è diventato una vera e propria macchina parlante, così lo sono anche i diversi dispositivi portatili (cellulari, smartphone, palmari, tablet, ecc.). Tutti questi strumenti della comunicazione, attraverso un fornitore di posta elettronica (internet provider), rendono possibile la redazione e lo scambio di messaggi ai quali si possono aggiungere file di varia dimensione contenenti testo, immagini, audio e video commisti. Naturalmente possono essere oggetto di interscambio tra macchine funzionanti con sistemi operativi diversi. Per restare in argomento, un utente può disporre di più caselle di posta elettronica. Una di queste meriterebbe attenzione per l’utilità dei servizi che eroga. Mi riferisco alla PEC o Posta Elettronica Certificata per la quale i messaggi hanno valore legale della “Raccomandata con ricevuta di ritorno”. Insomma la posta elettronica è una categoria d’uso dei nuovi mezzi di comunicazione elettronica che ogni utente deve conoscere e approfondire. È tutto merito dell’evoluzione subita nel tempo dal nostro ospite che riassume la corposità e la copiosità dei servizi di posta elettronica e del loro sviluppo. Anche a nome del Signor Off lo ringraziamo e lo richiameremo se avremo sentore di suoi nuovi sviluppi che il Web offre.».

Senza nome

In ricordo della fondazione di Media Duemila

Senza nome

Un ricordo

Media Duemila è la prima rivista a stampa che si è occupata di comunicazione elettronica in Italia. Nasce nel 1983 da un’idea di Giovanni Giovannini, allora presidente della Federazione Italiana Editori Giornali, sostenuto nell’idea da Ligi Dadda, rettore del politecnico di Milano e da Francesco Silvano amministratore delegato Seat.

Dopo il 1983 sono seguiti anni  in cui il mensile ha anticipato, accompagnato, divulgato la “Grande Mutazione”, come diceva con un’espressione di suo conio l’indimenticabile Giovannini. La sostiene ancora la rivista che continua a pubblicarsi e l’Osservatorio Tuttimedia, con articoli, manifestazioni e interventi.

“L’anno 2000” allora era una meta che si avvicinava, mentre – passo dopo passo – si dipanava il cambiamento.  Poi, il giro di boa del secolo, con i nuovi orizzonti che si dischiudevano.

La “Grande Mutazione” e rimasta una pietra di paragone e sarà per sempre un traguardo di riflessione.

Negli ultimi mesi della sua direzione Giovannini sublimava l’espressione in un sogno dicendo: “Ho un’incedibile nostalgia di futuro”.

Oggi molti studenti, giovani studiosi, manager, vivono di quella frase. Io sono tra loro. Ecco perché vado con la mente a un ricordo vivissimo. Lo riassumo qui di seguito.

 

Un ricordo Personale:

26 del dicembre 1982. La rivista Time aveva eletto il computer: “Uomo dell’anno”. Ero in Mondadori alla divisione Educazione, e intuivo la portata della rivoluzione che quell’evento comportava per il mondo. Misi in ordine i miei pensieri e pubblicai qualche mese dopo A scuola con il computer per Laterza.

Qualche mese dopo, un pomeriggio mi arrivò la telefonata di Giovanni Giovannini. Mi diceva, più o meno: “…Sono in aereo e sto arrivando a Milano, ho una macchina. Pensavo di venirti a prendere e poi raccogliere Dadda al Politecnico per andare a cena e stare un po’ a chiacchiera”. Scelsi io il posto: una trattoria del ticinese, “Da Pinuccia”, dove si stava bene. Ci si trovavano spesso dei giornalisti o persone dell’editoria. Ricordo alla parete una fotografia che ritraeva Fusco nel locale… Parlammo fitto fitto; l’autista si annoiava e non vedeva l’ora che ci buttassero fuori. Quella sera si parlò di fondare una rivista, non sul computer come già ne esistevano tante, ma sulla cultura del computer. L’idea c’era ma Media Duemila, come rivista di cultura digitale, è nata anche un po’ lì.

Sono nel comitato di redazione, oggi di direzione, sin dal primo numero.

Egidio Pentiraro

A che punto è l’Intelligenza Artificiale

Egidio e Marvin

Uno storico incontro di Egidio Pentiraro con Marvin L. Minsky

 A che punto è l’Intelligenza Artificiale

 Testa

Il 31 agosto del 1955 al Darmouth College di Hanover nel New Hampshire per iniziativa di John McCarthy del Dartmouth College, di Marvin L. Minsky della Harvard University, di N. Rochester della IBM Corporation e di C.E. Shannon dei Bell Telephone Laboratories, si costruiva il gruppo dell’Intelligenza Artificiale.  Allora i fondatori si ispirarono alla straordinaria esperienza maturata anni prima da quello straordinario e geniale epigono che fu Alan Turing.  Nella ricorrenza di quel giorno, tra qualche mese, l’IA compirà sessantanni.

Tutti i precursori sono ormai scomparsi ma hanno dato vita a realizzazioni e sviluppi significativi in una pluralità di rami, al punto che macchine basate sull’elettronica sono in grado di simulare l’intelligenza stessa. In altre parole, partendo da tipologie di quesiti risolvibili dagli esseri umani, sono state realizzate metodologie, astrazioni, concetti che, attraverso fasi intermedie, consentono di pervenire alla soluzione di problemi automatici, definitivi e accresciuti rispetto agli enunciati.

Spesso in tutto ciò ci è parso talvolta di avvertire qualcosa che non ci soddisfaceva completamente come se si riecheggiassero antichi miti quali l’evocazione alchemica dell’homunculus di Paracelso, del Golem del rabbino praghese Jehudah Loew; di Frankenstein di Mary Shelley; del Doktor Faustus di Thomas Mann.

Qui ci fermiamo per non scivolare nella fantascienza.

Croce

Torniamo a bomba, come si faceva in giochi antichi, constatando che in questo arco di tempo l’Intelligenza Artificiale, ha registrato successi mirabolanti che purtuttavia destano non poche apprensioni. Non ci riferiamo tanto alla realizzazione di sistemi furbi che mimano l’esperienza umana come quelli di certi primati che infilano uno stecco in un formicaio per suggere le formiche che vi si appiccicano, quanto a quelli che determinano un’autentica discontinuità rispetto alla conoscenza pregressa. Non è semplice distinguerli ma ci sforziamo di comprendere e valutare quelli che sono realizzati con l’intento di accrescere e attuare automaticamente compiti e esperienze umane in settori ben precisi.  In particolare quelli per i quali si può affermare che la capacità cognitiva e realizzativa proprie dell’uomo sono state incorporate in macchine e linguaggi, pareggiandone o semmai migliorandone gli aspetti dell’apprendimento, così come era nell’enunciato della chiamata alla realizzazione di sistemi di intelligenza artificiale.

Esempi di tali realizzazioni li possiamo trovarne nella robotica intelligente che comprende la meccanica, la sistemistica e l’elettronica e dà luogo a sistemi autonomi capaci di sostituirsi all’uomo. Ma è così che per valutarli dobbiamo far ricorso a giudizi di valore e a non semplici criteri di efficienza o di efficacia

In tal modo ci rendiamo conto che l’AI potrebbe effettivamente rappresentare il più grande evento della storia umana ma che potrebbe essere forse anche l’ultimo. Di questo avviso è Stephen Hawking (vedi) che afferma che l’intelligenza artificiale tra l’altro può svilupparsi da sola e crescersi a un ritmo sempre maggiore, più di quanto è consentito all’uomo che è limitato dall’evoluzione biologica mentre la capacità di crescita esponenziale delle macchine è funzione dello sviluppo continuo della loro velocità e memoria.

Egidio Pentiraro

Non c’é trippa per gatti

Gattone

Non c’è trippa per gatti

un apologo e una lezione di storia

Testa

C’era una volta un sindaco. Parliamo di Ernesto Nathan. Fu il primo sindaco di Roma Capitale. D’origine inglese, sulla sua famiglia ebbe una grande influenza Giuseppe Mazzini, negli anni dell’esilio londinese. Per lui fu un’ascendenza determinante che continuò anche quando si trasferì in Italia.

 

Nel 1888 Ernesto Nathan prese la cittadinanza italiana; fu progressista, laico, massone, parlamentare della sinistra storica e figura preminente in una capitale che contava poco più di duecentomila abitanti. Quella era una realtà fatta di gente in gran parte analfabeta, sulla quale era difficile incidere, nonostante le idee di progresso di gente come lui.

 

Ricordiamo qui Ernesto Nathan perché si batté a favore dell’infanzia creando asili e per la formazione professionale dei giovani. Era stato eletto sindaco nel 1907 e dovette governare e lottare contro la gigantesca speculazione edilizia del suo tempo. Lo fece in maniera intelligente e con costrutto, mettendo mano al primo piano regolatore, in senso proprio, che ebbe la città di Roma.

 

Alla fine dovette soccombere.

 

Croce

Ernesto Nathan non è noto se non a quei pochi a cui, di tanto in tanto, la gente dei media lo ricorda in ragione del fatto che produsse il detto: “Non c’è trippa per gatti”. Così oggi si utilizza quell’espressione per significare che da una data situazione non c’è nulla da trarre e che per rimediare qualcosa ci si deve rivolgere altrove o altrimenti. Ecco quindi il fatto che determinò quel modo di dire: Ernesto Nathan avrebbe pronunciato la frase cassando da un bilancio comunale il capitolo di spesa: “Trippa per gatti, sottolineando, di fronte a un funzionario attonito, che – in quel momento di ristrettezza finanziaria – i gatti capitolini avrebbero dovuto sfamarsi con i topi o soccombere…

 

Cento anni dopo sono molte le testimonianze che fanno dire, a noi analfabeti del nostro tempo, che “Non c’è trippa per gatti”. Con l’espressione sottolineiamo oggi contingenze cogenti e imperative che ci portano a concludere che è finita una specie di età dell’oro, nelle cui illusioni ci siamo cullati per troppo tempo. La situazione economica è in rovinosa caduta, non parliamo poi dell’occupazione. L’impoverimento delle famiglie si accresce ecc. Torna persino ad aleggiare uno spettro, con le vesti di un falso cieco, che sembrava non avesse più campo. Lo hanno evocato augusti giudizi che minano l’indipendenza dei poteri sancita dalla Costituzione. Ci conforta solamente pensare che chi li ha manifestati durerà ancora per poco tempo.

 

Si può porre un freno consapevole a quanto sta capitando? Ragioniamoci, rimbocchiamoci le maniche e risvegliamo antichi saperi dalle carte dei padri della patria repubblicana. Risvegliamo l’intelligenza cominciando col prendere atto che “Non c’è trippa per gatti”. La situazione politica è in stallo ed è indispensabile che si agisca presto. A tal fine dobbiamo tutti renderci parte attiva e avviare un dibattito democratico produttivo che porti a realizzare misure per la crescita. Bandiamo gli utilitarismi. Utilizziamo le armi della critica. Facciamo sì che i parlamentari siano consci delle esigenze impellenti e si attivino per realizzare un programma di governo, anche minimo, fondato su punti fondamentali e condivisi. Altrimenti ci si deve rivolgere ad altri con un cambiamento elettorale… Ci si ricordi che i gatti capitolini vivono ancora!

 

Egidio Pentiraro

Computer in education.

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Computer in education.

La presunzione di indicare alcune pietre miliari.

Che cosa può esserci di nuovo o di diverso nei prossimi anni? E’ presto per dirlo!

Possiamo cominciare chiedendoci che cosa ci pare già come vecchio.

 

Stanno avvenendo grandi mutamenti nelle tecnologie informatiche, nella rete e nella la comunicazione che si veicola con inevitabili riflessi sull’educazione. Tutto ciò impatta sul computer personale, sui suoi epigoni e sulle relative evoluzioni, comprese quelle in rete. Tutto ciò entra di necessità negli strumenti di lavoro degli educatori.

Ciò quindi induce la domanda: “Come è cambiata la logica e la prassi che si è posta nel pensiero educativo?”.

Qual è l’impatto che questi mutamenti hanno sulle tecnologie educative poiché interagiscono nel contesto al quale si applicano?  Mentre le prime, pur numerose, sono ricostruibili se si seguono i fili rossi che inducono, si rimane sconcertati se si esamina la variabilità che le loro applicazioni comportano nei contasti educativi. Questi oggi sono notevolmente diversificati a causa del melting pot che li domina per il ribollio delle diversificazioni del linguaggio, del costume indotti dall’ impatto delle mode e della pulsione dei media.

Negli anni ’80 del secolo scorso l’analisi di questi aspetti era più immediata. Non erano ancora emersi i “Nati digitali”. L’ignoranza propria della “non conoscenza” era facilmente individuabile. Bastava distinguere tra alfabeti informatici e quelli che non lo erano. In tal modo il quadro si faceva più chiaro. Le regole invalse in campo educativo erano date dal fatto che in primo luogo si doveva disporre delle conoscenze presenti in campo pedagogico, poi della cultura manualistica di cui si disponeva in campo informatico, quindi si lavorava applicandole. Solamente in pochi, e noi tra questi, si ostinavano a porre in primo piano la necessità e la conseguente importanza del pensiero scientifico sviluppato secondo un modello logico matematico. Tutto ciò per noi prendeva il nome di “educazione al pensiero informatico p logico strutturato” ma era perlopiù assente in campo educativo. Vi dominava invece quello sequenziale (se A è uguale a B e B è ugnale a C, allora A è uguale a C; prescindendo dalla condizioni intrinseche di A, di B e di C e delle loro caratteristiche che si applicavano in una programmazione strutturata).

Quel quadro di riferimento oggi muta a causa dell’incremento dei processi digitali sempre nuovi collegati a risorse tecnologiche che si rinnovano di contino.  Così avviene che si possa fare comunicazione (variamente a seconda delle cultura e delle classi di appartenenza, ad esempio, con il contenuto scarno e impressionistico del Messaggio che si veicola all’occasione attraverso la Posta Elettronica, Facebook, o twittando con 140 caratteri). I contenuti procedono con livelli di andata e ritorno che sono altalenanti e che coinvolgono, ed esempio, il garzone incolto il politico, il giornale. ecc.

Su tutto ciò impatta ulteriormente il progresso della tecnologia, la moda, il circuito mediatico ma non l’intelligenza. Il tutto in attesa che una nuova ventata induca altri comportamenti, come sta avvenendo, ad esempio con il cosiddetto “selfie” o avviene ancor di più nella forma della comunicazione dove l’immagine fissa sostituisce la parola. Questa si riduce perlopiù a un’istantanea, labile e effimera negli Istagram, (3,5 mila miliardi di foto scattate l’anno scorso) prese con diversi strumenti digitali in formato standard e modificabile, condivise istantaneamente su diversi social network, individuali o accoppiati a Facebook, Twetter, Flicker, ecc.

Nascono e comunicano in questo modo gli “Idioti digitali” che con un braccio alzato impugnante un apparto atto a fotografare e scambiano loro parti celebrabili di sé. Se capita di ascoltare una qualche loro intervista si scoprono sia la povertà della forma, sia del contenuto che esprimono.

Si chieda quindi l’educatore a che cosa vale in questo contesto la “biblioteca digitale”, che purtuttavia esiste in modo più o meno ordinato o più o meno orchestrato! Essa contiene di tutto e il contrario di tutto. Non la si analizza con le armi della critica. Soprattutto questa non vengono fornite! E’ con queste realtà che convive l’intento didattico.

Così nel contesto che ho appena divisato le “Competenze digitali” o le “Competenze informatiche di base” sembrano avviarsi per un percorso sempre più difficile.

In conclusione, pare arduo che si possa realizzare attraverso di esse la speranza di un’autentica formazione al pensiero logico – strutturato e che esse siano epigoni del pensiero matematico.  Troppo spesso i tentativi che si fanno conducono a realizzare un “Soprattutto”. Occorre evitare il pericolo di attuare un semplice addestramento alle nuove tecnologie che “Oltretutto” è limitato dalla sempre più breve vita delle stesse.

Voglia di Scrivere

penna

Voglia di scrivere

Testa

Agiamo per reazioni fondate su istinti e impulsi che appartengono alla nostra scelta di campo e alla nostra equazione personale ma per scelta cerchiamo sempre di distinguere tra realtà come appare e il problema che per noi traspare. Non prescindiamo dalla convinzione che le informazioni sono libere e non possono essere assoggettate ad autorizzazione, censura o autocensura. Non abbiamo padroni, abbiamo opinioni.

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Possiamo distinguere tra fatti e opinioni. Tuttavia la nostra equazione personale ci porta spesso a trarre convinzioni da ipotesi basate sui fatti che ci appaiono oggettivi sebbene siamo consapevoli che le informazioni producono esse stesse fatti cosiddetti oggettivi. Non fidiamoci! Critichiamo sempre le fonti. Facciamolo più volte e ci avvicineremo sempre di più al vero.

Elaboriamo ipotesi adottando il noto principio di economia conosciuto come Il rasoio di Occam che induce a preferire tre le spiegazioni esplicative di un fenomeno quella che ricorre a un numero minore di entità al fine di verificare gli enunciati. Solamente così siamo più certi di essere vicini al vero.